
giovedì 2 luglio 2009
grande il Toro
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Presenze in granata: 263 – Presenze in Nazionale: 1 La felice tradizione dei grandi portieri granata fissa con Castellini un’altra delle sue splendide tappe. Non solo per la bravura del campione, ma anche perché alla galleria dei numeri uno si aggiunge un “tipo” che ancora mancava. Castellini infatti si fa mirabile sintesi di due opposte figure: quella del portiere geometrico e istintuale. Nella Storia del Torino, i soli che, sotto questo aspetto, gli si possono accostare sono Bacigalupo, Olivieri e Bucci. Portieri che, come Castellini, giocavano su due misure: freddezza da una parte e passionalità dall’altra. È opinione comune che per essere un buon portiere si debba possedere qualità speciali. Essere un po’ matti; amare la solitudine (“aquile solitarie” li chiama Gianni Minà); saper chiudere gli occhi e votarsi al cielo, perché a volte volare non basta e diventa necessario buttare nella parata tutto il coraggio che si ha dentro.
Scriveva il grande Bruno Roghi, parlando di portieri, in perfetta sintonia con la figura di Castellini: «Il portiere non è un giocatore come tutti gli altri, è un atleta in trance … egli tocca il soffitto della bravura quando le sue doti fisiche e psichiche entrano in uno stato di esaltazione che sfugge all’esame dei tecnici più avveduti ed esperti e sono loro, i portieri, che danno il maggiore contributo all’icastica dei cronisti fantasiosi. Parate a valanga, parate a tuffo, parate a angelo, parate a blocco, parate a sberla, parate a pugno … Ma è un uomo in trance e la sua famigliarità con gli spiriti o meglio con l’aldilà dello sport del calcio, giustifica il posto speciale che esso occupa nella gerarchia dei giocatori».
La vigilia di un match Castellini dormiva poco, se si trattava di un derby nulla da fare, gli occhi non volevano saperne di stare chiusi. Il livello di agitazione saliva progressivo, fino a toccare il culmine al momento del via. Ma una volta in campo tornava la calma. A raggiungerla lo aiutavano i pochi gesti scaramantici che officiava per la presa di possesso della porta. Non uno spillo doveva insidiarla. Anche cappellino e guanti, quando non servivano, dovevano accomodarsi fuori, a lato di un palo, mai dentro. Su questa elettricità pre-gara di Castellini osservava Vladimiro Caminiti: «Se Castellini non fosse stato così emotivo, così fragile sotto il profilo nervoso, Dino Zoff, di cui il portiere granata fu costante rincalzo in azzurro, avrebbe faticato di più a mantenere saldo per tanto tempo il suo posto da titolare in Nazionale, perché il portiere granata per certi numeri e qualità gli risultava superiore».
Conclusa la splendida epopea di Lido Vieri, il Torino ha l’assoluta necessità di rimediare un nuovo portiere all’altezza della tradizione. Pinotti e Sattolo sono bravi, ma non abbastanza. I talent scout granata segnalano al presidente Pianelli un giovane portiere dal fisico possente ma agile, gioca nel Monza, dove, tra l’altro, sta lavorando con entusiasmo un allenatore moderno, Gigi Radice. Rintuzzati gli attacchi di Bari e Lazio, nell’estate del 1970 Castellini passa al Torino.
Ma la fine arriva lo stesso gaudiosa e allora si scioglie in lacrime di gioia l’accumulo di tensione che il portierone granata si è tenuto dentro per tutta la partita, per tutto il campionato. Un torneo a dir poco strepitoso quello del titolo, con tutto il repertorio messo in vetrina: coraggio, rapidità, colpo d’occhio, felinità. È per quest’ultima dote che i tifosi lo chiamano “giaguaro”, per via di gesti, guizzi, movimenti che sono animaleschi, felpati, morbidi eppure brucianti.
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Presenze in granata: 144 - Reti in granata: 1 - Presenze in Nazionale: 2 Parlare di Sperone è raccontare di quei personaggi semplici e umili, la cui importanza, il cui peso in un club calcistico – squadra e società – sovente non vengono apprezzati per quanto valgono. Nativo della Provincia Granda, Sperone arriva presto a Torino e al Torino. I primi calci però sono nell’oratorio salesiano di Borgo San Paolo. È qui che conosce il football. Fra i sacerdoti ve ne sono alcuni che provengono dal Sudamerica, dal Brasile in particolare. Ai suoi occhi di ragazzo sono tutti dei campioni, assi del dribbling. È da loro che impara che il pallone non va soltanto preso a calci. Dall’oratorio alla squadretta dell’Aeronautica e da qui, finalmente, al granata del Toro. Si avvia così un connubio che andrà avanti, in pratica, per tutta la vita. A livello di calcio giocato, infatti, il Toro resta per oltre 9 stagioni (dal 1923 al 1932) la sola e unica sua squadra. Uomo schivo e modesto, di poche parole, quasi rude, interpretava il calcio in modo coerente con il suo aspetto e con il suo carattere: non andava tanto per il sottile in quel ruolo da laterale che era chiamato a ricoprire in campo, condividendo appieno il credo in voga in quegli anni secondo il quale il gioco del football non era sport per signorine.
Da quando per la stagione 1923-24 entra in squadra, il posto da titolare riesce quasi sempre a conservarlo. L’esordio è scintillante, il Torino supera per 5-0 la Novese e lui fa la sua bella figura. E così negli anni, fino a quando la corsa incomincia a dare segni di rallentamento. Da uomo concreto qual è non esita a passare dall’altra parte della barricata, con un semplice ragionamento: che cosa so fare? Resto nel calcio e provo ad insegnare quel che ho imparato. Di nuovo il Toro come banco di prova per rodare i meccanismi della nuova professione. Ma al Toro anche tanto aiuto in altri modi. È infatti proprio Sperone che per primo mette gli occhi su Maroso e Rigamonti i due giovanissimi che crescono nel vivaio e si impongono nel Grande Torino. Il primo lo pesca fra i ragazzini che giocano nei prati di piazza Bernini; il secondo in quel collegio Ricaldone dove la famiglia l’ha spedito a mettere la testa a posto. L’apoteosi come trainer nella stagione 1947-48 quando, al fianco di Erbstein e Lievesley porta il Grande Torino ad un torneo di assoluta eccellenza: 125 gol, 16 punti di distacco dalle seconde. Poi un po’ di Alessandria, di Milan e di Lazio, prima di smettere definitivamente di allenare per diventare con Giacinto Ellena e Oberdan Ussello uno dei più attenti talent scout della Storia granata.
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I Grandi che hanno fatto grande il Toro
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Un fenomeno, un campione autentico. Un goleador atipico, non uno sfondatore, ma un ragionatore; non un panzer, ma un attaccante intelligente, capace di assistere i compagni, a servizio della squadra. Scrive Ettore Berra: «Libonatti era un centravanti di manovra, giocava arretrato rispetto alle mezze ali, era un organizzatore, un distributore di gioco, un calcolatore, un osservatore attento; frugava con l’occhio acuto nel tessuto della difesa opposta per scoprirne le falle. Il suo tiro era secco, generalmente un tiro corto, ma preciso, sul portiere quasi sempre spiazzato». Libonatti fu il primo oriundo – meglio, all’epoca i giocatori nati all’estero da genitori italiani erano detti “rimpatriati” – a venire in Italia e a vestire la maglia della Nazionale (nelle cui file, detto per inciso, collezionò 17 partite e 15 reti). In Argentina cresce nell’organico del Newell’s Old Boys, ma presto approda alla Nazionale bianco-celeste facendo faville. Lo chiamano “el potrillo”, il puledro, per via delle sua scappate sull’ala e le rapide fughe, con destinazione la porta avversaria.
Appena in Italia diventa possibile convocare i rimpatriati, il primo a muoversi è il presidente del Torino, l’illuminato conte Enrico Marone Cinzano, che individua in Libonatti l’asso da affiancare ad Adolfo Baloncieri, il grande interno appena prelevato dall’Alessandria, dove la sua presenza non è più gradita alla tifoseria che lo ritiene al capolinea (Baloncieri, al pari di quel che capiterà a Gabetto una ventina di anni dopo, rinascerà a nuova vita con la maglia del Torino).
La cosa funzionò a meraviglia per i colori granata. Quando l’anno successivo (1926-27) ai due si andò ad aggiungere l’attaccante spezzino Gino Rossetti II, Marone completò un trio di attaccanti, ben presto battezzato dai tifosi il “trio delle meraviglie”.
Nel torneo 1928-29 le reti messe a segno arrivarono a 117 in sole 33 partite, come a dire una media pari a 3,54 a partita! In questa prolifica realtà Libonatti fece brillantemente la sua parte, mettendo a segno in 9 stagioni complete, e su 238 partite, la bellezza di 154 reti che ancora oggi ne fanno il bomber più prolifico per quanto riguarda i match di campionato (meglio di Paolino Pulici, fermo a 134, ma in 14 stagioni e 335 gare). Nelle giornate di vena era imprendibile, difficile da marcare, eppure quanto mai generoso. Certe volte, pur se in buona posizione, pareva esitare; sembrava non volesse tirare. Ed era proprio così: non calciava a rete apposta, finché non riteneva di trovarsi nella migliore delle circostanze, sicuro di segnare. Vivido e perfetto il ritratto che ne fa Giglio Panza, che ne vide le imprese al Filadelfia: «L’unico della squadra che sul piano della classe potesse sostenere il confronto con Baloncieri era Libonatti. Piccolo di statura, ma solido nel tronco e forte nei contrasti, rapido nello smistamento del pallone, altruista nel gioco come lo era nella vita, questo italo-argentino ha segnato caterve di gol, colpendo il pallone di punta nella metà centrale della circonferenza, come un giocatore di biliardo».
Esatto, proprio come un giocatore di biliardo. Quante le notti di Julio trascorse a girare attorno alla plancia verde di un biliardo. Tutti i bar alla moda di Torino erano suoi, dal Patria, al Fiorina, a Pepino. Anche a biliardo era un campione, tanto da meritarsi l’appellativo di “stecca d’oro”. La passione per la vita, vissuta ai cento all’ora, il gusto, quasi ironico, della celebrità. Libonatti ci credeva, era fatto così e spendeva tutte le sue energie fisiche e economiche, senza troppo pensare. I giornali del tempo ce lo descrivono come allegro, sempre pronto allo scherzo. La mania delle camicie di seta e delle cravatte, le più belle, le più costose. Usate una volta non concedeva mai il bis e le regalava, nuove. I quattrini – che già all’epoca per lui erano parecchi – si sfilavano dalle sue dita con la stessa naturale facilità con cui segnava. Quando il Toro lo lascia libero si accasa per due stagioni al Genoa. Da lì, a fine carriera, decide di rientrare in patria. Addio, grande Libo!
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