giovedì 2 luglio 2009

VALE



grande il Toro

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I Grandi che hanno fatto grande il Toro

...Nella Storia del Torino, i soli che, sotto questo aspetto, gli si possono accostare sono Bacigalupo, Olivieri e Bucci...

LUCIANO CASTELLINI



castellini.jpgCASTELLINI Luciano ( Milano, 12 dicembre 1945)

Presenze in granata: 263 – Presenze in Nazionale: 1

La felice tradizione dei grandi portieri granata fissa con Castellini un’altra delle sue splendide tappe. Non solo per la bravura del campione, ma anche perché alla galleria dei numeri uno si aggiunge un “tipo” che ancora mancava. Castellini infatti si fa mirabile sintesi di due opposte figure: quella del portiere geometrico e istintuale.

Nella Storia del Torino, i soli che, sotto questo aspetto, gli si possono accostare sono Bacigalupo, Olivieri e Bucci.

Portieri che, come Castellini, giocavano su due misure: freddezza da una parte e passionalità dall’altra. È opinione comune che per essere un buon portiere si debba possedere qualità speciali. Essere un po’ matti; amare la solitudine (“aquile solitarie” li chiama Gianni Minà); saper chiudere gli occhi e votarsi al cielo, perché a volte volare non basta e diventa necessario buttare nella parata tutto il coraggio che si ha dentro.

Scriveva il grande Bruno Roghi, parlando di portieri, in perfetta sintonia con la figura di Castellini: «Il portiere non è un giocatore come tutti gli altri, è un atleta in trance … egli tocca il soffitto della bravura quando le sue doti fisiche e psichiche entrano in uno stato di esaltazione che sfugge all’esame dei tecnici più avveduti ed esperti e sono loro, i portieri, che danno il maggiore contributo all’icastica dei cronisti fantasiosi. Parate a valanga, parate a tuffo, parate a angelo, parate a blocco, parate a sberla, parate a pugno … Ma è un uomo in trance e la sua famigliarità con gli spiriti o meglio con l’aldilà dello sport del calcio, giustifica il posto speciale che esso occupa nella gerarchia dei giocatori».

Gigi Meroni. Il ragazzo che amava i Beatles e i Rolliing Stones

Gigi Meroni – Il ragazzo che amava i Beatles e i Rolling Stones
Autore
Sergio Barbero Anno 2007 Pagine 176
Città
Torino Editore Graphot Tipo illustrato

In occasione del quarantennale della tragica morte di Gigi Meroni, l’instancabile Sergio Barbero consegna alla tifoseria granata questa nuova sua opera che traccia la vita sportiva e la parola umana di Gigi Meroni, lo sfortunato campione granata. I temi: l’universo giovanile degli anni ’60 e la voglia di cambiare il mondo; Meroni piaceva ai ragazzi perché era un ribelle: il modo di vestire, i capelli lunghi, un amore proibito. Gigi Meroni, ovvero l’indimenticabile beniamino della Curva Maratona, il cuore del tifo granata.
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La vigilia di un match Castellini dormiva poco, se si trattava di un derby nulla da fare, gli occhi non volevano saperne di stare chiusi. Il livello di agitazione saliva progressivo, fino a toccare il culmine al momento del via. Ma una volta in campo tornava la calma. A raggiungerla lo aiutavano i pochi gesti scaramantici che officiava per la presa di possesso della porta. Non uno spillo doveva insidiarla. Anche cappellino e guanti, quando non servivano, dovevano accomodarsi fuori, a lato di un palo, mai dentro.
Come per un principio magico di assonanza: lasciare che qualcosa, qualunque cosa, violasse la porta, poteva attirare analoga attrazione con l’oggetto “fatale”, il pallone, che andava arrestato a tutti i costi.

Su questa elettricità pre-gara di Castellini osservava Vladimiro Caminiti: «Se Castellini non fosse stato così emotivo, così fragile sotto il profilo nervoso, Dino Zoff, di cui il portiere granata fu costante rincalzo in azzurro, avrebbe faticato di più a mantenere saldo per tanto tempo il suo posto da titolare in Nazionale, perché il portiere granata per certi numeri e qualità gli risultava superiore».

Conclusa la splendida epopea di Lido Vieri, il Torino ha l’assoluta necessità di rimediare un nuovo portiere all’altezza della tradizione. Pinotti e Sattolo sono bravi, ma non abbastanza. I talent scout granata segnalano al presidente Pianelli un giovane portiere dal fisico possente ma agile, gioca nel Monza, dove, tra l’altro, sta lavorando con entusiasmo un allenatore moderno, Gigi Radice. Rintuzzati gli attacchi di Bari e Lazio, nell’estate del 1970 Castellini passa al Torino.

Mi era rimasto un calzettone



Mi era rimasto un calzettone
Autore
Antonio Cracas Anno 2009 Pagine 216
Città
Torino Editore Elena Morea Editrice Tipo illustrato

Patrizio Sala, ovvero salto mortale triplo dalla C alla serie A con scudetto al primo colpo. Davvero niente male per un giovanissimo puledro brianzolo, che non si stanca mai di correre. Patrizio è uno dei grandi protagonisti del campionato vincente (1975-76) quello in cui Gigi Radice compie il miracolo di riportare il tricolore sulle maglie granata. Con Pecci e Zaccarelli è lui che tiene in piedi la metà campo granata, e lo sa fa spendendo ogni volta tutte le energie di un fisico asciutto e nevrile. In questo libro, però, non si parla solo di Toro, ma dell’intera carriera calcistica di Sala, con le stagioni trascorse a Monza, Genova, Pisa, Parma, le emozioni della Nazionale e tanti altri piccoli e grandi segreti raccontati per la prima volta.
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Lo stesso Radice, ignaro che da lì a qualche anno sarà anche lui granata, lo presenta con queste parole ai tifosi: «Castellini ha un piazzamento formidabile e nelle uscite è di un tempismo perfetto. Un portiere praticamente perfetto». Non fa tempo ad arrivare, Castellini, che già vince la Coppa Italia. Nel decisivo match di finale contro il Milan, ai calci di rigore “ipnotizza” Gianni Rivera e lo induce all’errore; mentre per il Torino Sergio Maddè non sbaglia. Ed è subito festa. Una festa bella, ma certo non grande come quella scudetto. Nell’ultima partita del 16 maggio 1976, quando il compagno Mozzini lo trafigge con la più classica delle autoreti è come se l’avesse trapassato la lama affilata di una scimitarra, non superato un semplice pallone di cuoio.

Ma la fine arriva lo stesso gaudiosa e allora si scioglie in lacrime di gioia l’accumulo di tensione che il portierone granata si è tenuto dentro per tutta la partita, per tutto il campionato. Un torneo a dir poco strepitoso quello del titolo, con tutto il repertorio messo in vetrina: coraggio, rapidità, colpo d’occhio, felinità. È per quest’ultima dote che i tifosi lo chiamano “giaguaro”, per via di gesti, guizzi, movimenti che sono animaleschi, felpati, morbidi eppure brucianti.
E brucia la rottura con Radice, il suo mentore, che ad tratto gli preferisce Giuliano Terraneo. Inutile rimanere. Castellini va al Napoli e quando anche sotto il Vesuvio è l’ora dell’addio, il ritorno a casa, a Milano, con l’Inter come preparatore dei portieri è la cosa più gradita, il distacco meno violento.

365 volte Toro

365 volte Toro. con firma originale dell'Autore Franco Ossola
Autore Ossola Franco Anno 2007 Pagine 738
Città
Torino Editore Editrice Il Punto – Piemonte in Bancarella Tipo illustrato

Come un calendario perpetuo sul quale sono segnati gli avvenimenti che, messi insieme, hanno fatto un secolo di Storia granata.
Dal 1 gennaio al 31 dicembre, in una ridda infinita di nomi e notizie, il Torino si mostra in tutta la sua storia minima: avvenimenti, date di nascita, partite, personaggi… tutto e ancora un po’ in questo libro davvero speciale. Una mole impressionante di dati che solo un autentico conoscitore delle vicende storiche granata poteva mettere insieme.
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100 Anni di Cuore Granata

Altri Grandi già pubblicati nelle scorse settimane: Gabetto - Zaccarelli - Bachmann - Bacigalupo - Agroppi - Baloncieri - Vieri - Rossetti II - Ballarin - Lentini - Janni - Maroso - Pecci - Tomà - Bearzot - Bollinger - Cereser - Grezar - Mosso I - Libonatti - Bosia - Sperone.

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I Grandi che hanno fatto grande il Toro

«...Coniò la parola d’ordine bala avanti e pedalè”, che poi ha fatto storia.

Quando giocava era un uomo da campo, che portava i palloni, e quindi da allenatore voleva che i suoi giocatori questi palloni li sapessero domare, controllare
»

MARIO SPERONE



Mario SperoneMario Sperone (Priocca CN 1 luglio 1905 – Torino 18 febbraio 1975)

Presenze in granata: 144 - Reti in granata: 1 - Presenze in Nazionale: 2

Parlare di Sperone è raccontare di quei personaggi semplici e umili, la cui importanza, il cui peso in un club calcistico – squadra e società – sovente non vengono apprezzati per quanto valgono.

Protagonista di un football ancora spontaneo e dilettantistico nel senso più autentico, giocava, come la gran parte dei suoi compagni, per il puro gusto del divertimento, per la gioia di condividere con altri amici un’avventura sportiva.

Nativo della Provincia Granda, Sperone arriva presto a Torino e al Torino. I primi calci però sono nell’oratorio salesiano di Borgo San Paolo. È qui che conosce il football. Fra i sacerdoti ve ne sono alcuni che provengono dal Sudamerica, dal Brasile in particolare. Ai suoi occhi di ragazzo sono tutti dei campioni, assi del dribbling. È da loro che impara che il pallone non va soltanto preso a calci. Dall’oratorio alla squadretta dell’Aeronautica e da qui, finalmente, al granata del Toro.

Si avvia così un connubio che andrà avanti, in pratica, per tutta la vita. A livello di calcio giocato, infatti, il Toro resta per oltre 9 stagioni (dal 1923 al 1932) la sola e unica sua squadra. Uomo schivo e modesto, di poche parole, quasi rude, interpretava il calcio in modo coerente con il suo aspetto e con il suo carattere: non andava tanto per il sottile in quel ruolo da laterale che era chiamato a ricoprire in campo, condividendo appieno il credo in voga in quegli anni secondo il quale il gioco del football non era sport per signorine.

Grande Torino Per sempre, di Franco Ossola

Grande Torino per sempre! Storia affettuosa e romantica di una squadra di calcio unica e irripetibile
con firma originale dell'Autore Franco Ossola!
Autore Franco Ossola Anno 1998 Pagine 146
Città
Torino Editore Il Punto Editrice – Piemonte in Bancarella Tipo riccamente illustrato

Il Grande Torino, ovvero la condanna a vincere sempre. Nell'assurda impossibilità dell'impresa, il segno di una nemesi tremenda, eppure unica soluzione, di un epilogo disperato e brutale: la fine di Superga. Per questo la leggenda della grande squadra mai è andata incontro a ridimensionamenti; anzi, ha tratto ulteriore vigore dal correre del tempo e a cinquant'anni di distanza la sua forza è integra, salda, intoccata. Per questo, e per l'impenetrabile magia che sta dietro a tutte le cose formidabili della vita, col Grande Torino si può ancora sognare...

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Giocando, per di più, in copertura le opportunità e le occasioni per dare sostanza a questo convincimento non gli mancavano di certo. Non alto, ma aitante; non grande e grosso, ma quanto mai coriaceo; non veloce, ma reattivo; non stiloso, ma concreto, Mario Sperone anche dall’aspetto fisico tradiva tutta la consistenza del suo modo di stare in campo. In merito vale ricordare il simpatico quadretto tracciato su di lui dal giornalista Bruno Bernardi quando scrive: «Era un medianone, ma anche tecnicamente buono. Coniò la parola d’ordine, quel suo modo di dire, bala avanti e pedalè”, che poi ha fatto storia. Forse come tecnico non era un fenomeno. Quando giocava era un uomo da campo, che portava i palloni, e quindi da allenatore voleva che i suoi giocatori questi palloni li sapessero domare, controllare».

Sperone ed Ellena al Filadelfia Sperone con Ellena al Filadelfia


A completare il quadro contribuiva, poi, in modo per nulla indifferente un certo singolare modo di tagliarsi i capelli che gli rendeva la testa squadrata, simile a un tronco innestato su un busto possente. Non per nulla il colpo di testa, forte e tempestivo, era una delle sue specialità. Sperone anticipa e quindi vive completamente la bella galoppata del primo grande Torino degli anni Venti, quello dei due scudetti consecutivi (di cui il primo revocato). Se nei contrasti era insuperabile, se bene gli riusciva sradicare la palla all’avversario, non si può dire che i suoi piedi fossero granché sensibili. Ma a lui, uomo concreto, questo poco importava.


D’altra parte, di gente raffinata in squadra già ce n’era tanta, a cominciare da Libonatti e Baloncieri, passando per Janni e Colombari. Chi si sarebbe preso cura, se non ci fossero stati lui, Cesare Martin, Monti e Vincenzi degli attaccanti rivali più pericolosi, oppure chi si sarebbe preoccupato di saldare qualche conticino in sospeso con quegli avversari che davano segno di essere particolarmente focosi?

Noi Granata



Noi granata
Autori I giocatori del Torino Anno 1980-81 Pagine 48 a fascicolo
Città
Torino Editore Torino Promotion Tipo Fascicolo illustrato


Rivista o, meglio, mensile sportivo voluto dagli allora giocatori del Torino. Anima e guida di questa iniziativa il portiere Giuliano Terraneo, che rivela insospettate qualità, oltre che di poeta anche di reporter e inviato speciale. Dalla presentazione del primo numero traiamo queste righe: “Cari amici eccoci a voi con Noi Granata. Chi siamo noi? I giocatori. Perché abbiamo deciso di creare questa nuova rivista mensile? Perché è nostra intenzione allacciare con voi, che ogni domenica ci incitate, che con noi dividete gioie e dolori, un rapporto più sincero e amichevole”. Lodevole intenzione, che però non andrà oltre un paio di stagioni, con qualche numero.
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Da quando per la stagione 1923-24 entra in squadra, il posto da titolare riesce quasi sempre a conservarlo. L’esordio è scintillante, il Torino supera per 5-0 la Novese e lui fa la sua bella figura. E così negli anni, fino a quando la corsa incomincia a dare segni di rallentamento. Da uomo concreto qual è non esita a passare dall’altra parte della barricata, con un semplice ragionamento: che cosa so fare? Resto nel calcio e provo ad insegnare quel che ho imparato. Di nuovo il Toro come banco di prova per rodare i meccanismi della nuova professione.

Ma al Toro anche tanto aiuto in altri modi. È infatti proprio Sperone che per primo mette gli occhi su Maroso e Rigamonti i due giovanissimi che crescono nel vivaio e si impongono nel Grande Torino. Il primo lo pesca fra i ragazzini che giocano nei prati di piazza Bernini; il secondo in quel collegio Ricaldone dove la famiglia l’ha spedito a mettere la testa a posto. L’apoteosi come trainer nella stagione 1947-48 quando, al fianco di Erbstein e Lievesley porta il Grande Torino ad un torneo di assoluta eccellenza: 125 gol, 16 punti di distacco dalle seconde. Poi un po’ di Alessandria, di Milan e di Lazio, prima di smettere definitivamente di allenare per diventare con Giacinto Ellena e Oberdan Ussello uno dei più attenti talent scout della Storia granata.

Il terzo incomodo – Le pesanti verità di Ferruccio Mazzola

Il terzo incomodo - le pesanti verità di Ferruccio Mazzola
Autore Ferruccio Mazzola (a cura di Fabrizio Valzia) Anno 2004 Pagine 160
Città
Torino Editore Bradipolibri Tipo illustrato

Dalla quarta di copertina: “In fondo questo libro non contiene segreti: gli addetti ai lavori, siano essi giornalisti, procuratori, dirigenti, calciatori, allenatori, massaggiatori o capipopolo sanno, nella sostanza, tutto. Sanno ma non parlano. Perciò diventano necessarie figure quali Ferruccio Mazzola che finalmente decidono di fronte all’omertà che copre il pentolone del nostro calcio, di raccontare le loro esperienze”. Un libro scandalo, che ha posto in fibrillazione un intero universo.

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100 Anni di Cuore Granata

Altri Grandi già pubblicati nelle scorse settimane: Gabetto - Zaccarelli - Bachmann - Bacigalupo - Agroppi - Baloncieri - Vieri - Rossetti II - Ballarin - Lentini - Janni - Maroso - Pecci - Tomà - Bearzot - Bollinger - Cereser - Grezar - Mosso I - Libonatti - Bosia.

100 Anni di Cuore Granata, la più completa bibliografia sul Toro: 200 titoli, di cui 70 acquistabili, collezionismo e altre storie sul Torino Calcio

I Grandi che hanno fatto grande il Toro

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I Grandi che hanno fatto grande il Toro

...mette a segno in 9 stagioni, e su 238 partite, la bellezza di 154 reti che ancora oggi ne fanno il bomber più prolifico per quanto riguarda i match di campionato.

Lo chiamano “el potrillo”, il puledro, per via delle sue scappate sull’ala...

JULIO LIBONATTI



Julio LibonattiLIBONATTI Julio (5 luglio 1901-Rosario di Santa Fé Argentina/ 9 ottobre 1981 Argentina)

Un fenomeno, un campione autentico. Un goleador atipico, non uno sfondatore, ma un ragionatore; non un panzer, ma un attaccante intelligente, capace di assistere i compagni, a servizio della squadra. Scrive Ettore Berra: «Libonatti era un centravanti di manovra, giocava arretrato rispetto alle mezze ali, era un organizzatore, un distributore di gioco, un calcolatore, un osservatore attento; frugava con l’occhio acuto nel tessuto della difesa opposta per scoprirne le falle. Il suo tiro era secco, generalmente un tiro corto, ma preciso, sul portiere quasi sempre spiazzato».

Libonatti fu il primo oriundo – meglio, all’epoca i giocatori nati all’estero da genitori italiani erano detti “rimpatriati” – a venire in Italia e a vestire la maglia della Nazionale (nelle cui file, detto per inciso, collezionò 17 partite e 15 reti). In Argentina cresce nell’organico del Newell’s Old Boys, ma presto approda alla Nazionale bianco-celeste facendo faville. Lo chiamano “el potrillo”, il puledro, per via delle sua scappate sull’ala e le rapide fughe, con destinazione la porta avversaria.

Grande Torino. La storia a fumetti.

Grande Torino. La Storia a fumetti.
Autori Paolo Fizzarotti, Emilio Grasso, Franco Ossola Anno 2009 Pagine 64
Città
Genova Editore Galata Edizioni Tipo illustrato

"E certo non c'è gloria maggiore per l'uomo fino a che vive, di quella che si procura con le mani e coi piedi". Con questa frase tratta dall'Odissea di Omero si apre un libro particolare per soggetto e realizzazione, curato a tre mani da Paolo Fizzarotti, Emilio Grasso e Franco Ossola, rispettivamente sceneggiatore, disegnatore e storico del calcio e della storia del Toro. La storia a fumetti raccoglie i Grandi del Torino dentro l'aereo dell'ultimo viaggio, quello da Lisbona a Torino, e li vede raccontarsi e parlare del presente, del passato, e del loro futuro. Una storia che è emblema, una storia che parla di chi gioca a calcio, è famoso, ricco e amato, conteso dal mondo; parla di partite, gol e risultati, alludendo in realtà al mistero dei fili invisibili che regolano le nostre vite.
Un'opera particolarissima, destinata a fare storia per la cura del dettaglio storico, la talentuosità del disegnatore, il coinvolgimento del lettore-tifoso per la sceneggiatura.

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Appena in Italia diventa possibile convocare i rimpatriati, il primo a muoversi è il presidente del Torino, l’illuminato conte Enrico Marone Cinzano, che individua in Libonatti l’asso da affiancare ad Adolfo Baloncieri, il grande interno appena prelevato dall’Alessandria, dove la sua presenza non è più gradita alla tifoseria che lo ritiene al capolinea (Baloncieri, al pari di quel che capiterà a Gabetto una ventina di anni dopo, rinascerà a nuova vita con la maglia del Torino).

Il Trio delle Meraviglie, Torino anni '20-'30: Baloncieri, Libonatti, RossettiA dire il vero, la dirigenza granata aveva puntato sul fratello più anziano di Libonatti, attaccante altrettanto bravo, ma al suo rifiuto ad andare in Italia, gli argentini avevano spedito Julio.

La cosa funzionò a meraviglia per i colori granata. Quando l’anno successivo (1926-27) ai due si andò ad aggiungere l’attaccante spezzino Gino Rossetti II, Marone completò un trio di attaccanti, ben presto battezzato dai tifosi il “trio delle meraviglie”.
Baloncieri a destra, Libonatti al centro, Rossetti a sinistra,
un’autentica macchina da gol, capace di bottini di reti che neppure il Grande Torino di Valentino Mazzola seppe eguagliare.


Il Trio delle Meraviglie scudettato: Baloncieri, Libonatti e Rossetti

Nel torneo 1928-29 le reti messe a segno arrivarono a 117 in sole 33 partite, come a dire una media pari a 3,54 a partita! In questa prolifica realtà Libonatti fece brillantemente la sua parte, mettendo a segno in 9 stagioni complete, e su 238 partite, la bellezza di 154 reti che ancora oggi ne fanno il bomber più prolifico per quanto riguarda i match di campionato (meglio di Paolino Pulici, fermo a 134, ma in 14 stagioni e 335 gare).

Nelle giornate di vena era imprendibile, difficile da marcare, eppure quanto mai generoso. Certe volte, pur se in buona posizione, pareva esitare; sembrava non volesse tirare. Ed era proprio così: non calciava a rete apposta, finché non riteneva di trovarsi nella migliore delle circostanze, sicuro di segnare. Vivido e perfetto il ritratto che ne fa Giglio Panza, che ne vide le imprese al Filadelfia: «L’unico della squadra che sul piano della classe potesse sostenere il confronto con Baloncieri era Libonatti. Piccolo di statura, ma solido nel tronco e forte nei contrasti, rapido nello smistamento del pallone, altruista nel gioco come lo era nella vita, questo italo-argentino ha segnato caterve di gol, colpendo il pallone di punta nella metà centrale della circonferenza, come un giocatore di biliardo».

Profondo Granata

Profondo Granata
Autore Salvatore Lo Presti Anno 1976 Pagine 272
Città Torino Editore Sargraf Tipo illustrato

E’ l’anno dello scudetto di Radice. La letteratura granata ha un sussulto d’orgoglio. Questo libro di Lo Presti è un testo importante, che non può mancare nello scaffale dell’appassionato. Diviso in due parti mette a confronto, con un’operazione curiosa e ardita, il Grande Torino del presidente Novo con il nuovo Grande Torino, neo campione d’Italia, di Pianelli. Ripercorsa la genesi delle due squadre, ricostruendo i momenti salienti delle loro affermazioni, Lo Presti mette poi a confronto, uno per uno, tutti i loro componenti, esercitandosi in paragoni a volte un po’ azzardati.

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Esatto, proprio come un giocatore di biliardo. Quante le notti di Julio trascorse a girare attorno alla plancia verde di un biliardo. Tutti i bar alla moda di Torino erano suoi, dal Patria, al Fiorina, a Pepino. Anche a biliardo era un campione, tanto da meritarsi l’appellativo di “stecca d’oro”. La passione per la vita, vissuta ai cento all’ora, il gusto, quasi ironico, della celebrità. Libonatti ci credeva, era fatto così e spendeva tutte le sue energie fisiche e economiche, senza troppo pensare. I giornali del tempo ce lo descrivono come allegro, sempre pronto allo scherzo. La mania delle camicie di seta e delle cravatte, le più belle, le più costose. Usate una volta non concedeva mai il bis e le regalava, nuove. I quattrini – che già all’epoca per lui erano parecchi – si sfilavano dalle sue dita con la stessa naturale facilità con cui segnava.

Quando il Toro lo lascia libero si accasa per due stagioni al Genoa. Da lì, a fine carriera, decide di rientrare in patria.
Il biglietto per il viaggio del piroscafo nasce da una colletta di tifosi, ché Julio non ha più una lira in tasca.
Poi un giorno di ottobre del 1981 le agenzie dell’ANSA battono una notizia: “el potrillo” non è più con noi.

Addio, grande Libo!

Il Toro, una storia d'amore

Il Toro, una storia d'amore.
Autori
Bruno Bernardi-Massimo Novelli Anno 2001 Pagine 240
Città
Torino Editore Graphot Editrice

Gli autori si sono dotati di una macchina del tempo per attraversare le vicende ora omeriche e ora donchisciottesche, ora fulgide e ora romantiche di una squadra romantica. In questa cavalcata che comincia e finisce alle rovine dello stadio Filadelfia, rivivono non soltanto i Balonceri, i Libonatti, gli invincibili di Superga, i Gemelli e i Poeti del gol, i grandi capitani come Mazzola e Ferrini... ma tutti i protagonisti: chi per anni, chi per pochi mesi, e chi magari per un solo giorno in granata. C'è tutto il Torino possibile, fino al colpo di scena dell'arrivo di Alberto Zaccheroni